La scala

Oltre che italianista da sempre, io sono un’accazerista calzato e vestito: il 102% del materiale H0 che possiedo è in “stile FS”, collezionato nell’arco degli ultimi 15 anni. Il materiale più vecchio di questa data (tutto Rivarossi in scala 1:80) fa parte del museo personale. Quindi niente di strano che, da accazerista convinto, abbia scelto per questo impianto…la scala IIm !! Questa scala è conosciuta negli USA come scala F, mentre in Europa viene indicata come scala G, come giardino (garden in inglese, garten in tedesco, jardin in francese, ma i francesi – almeno in questo caso – non fanno testo), visto che di solito questi impianti si trovano all’aperto.
Del resto, un rapporto di riduzione di 1:22,5 (1 cm del modello corrisponde a 22,5 cm del prototipo reale) non è propriamente adatto ad una cantina e/o soffitta, locali storicamente adibiti alla coltivazione di impianti in scala H0 oppure N, data la loro configurazione giuridica di locali “off-limits” per mogli, fidanzate, conviventi ed eventuali altre figure equiparate e/o equiparabili.
Perché dunque proprio la scala IIm, chiederete voi.. Perché no, rispondo simpaticamente io. Perché l’impianto in scala N ce l’hanno in molti e quello in H0 ce l’hanno tutti (me compreso); quindi ho pensato di fare qualcosa di diverso. Oltretutto, col passare del tempo la vista si è abbassata, e delle due l’una: aumentare le diottrie degli occhiali oppure le dimensioni dei treni ? Visto che tutti scelgono la prima, da buon “bastian contrario”, io – in un momento di megalomania – ho scelto la seconda.

Nella foto qui sotto si può vedere la differenza fra le varie scale (foto scattata alla mosta "Vapore Vivo" ad Avezzano nel giugno 2010:


L'Impianto

L’impianto è stato realizzato pensando innanzitutto alla possibilità di essere trasportato: attualmente (e ancora per un bel po’ di tempo…) si sviluppa su 10 moduli. Ciascun tavolato è stato realizzato in compensato di betulla delle dimensioni di 152 x 76 x 0,9 cm (misure UNI, non mie), rinforzato nella parte sottostante da listelli di abete da 5 x 3 cm di sezione, formanti una struttura “a scatolato”.
Il tavolato è sostenuto da due zampe ottenute da cavalletti di produzione industriale (si trovano a pochi euro in qualunque centro fai-da-te), irrobustiti, su ciascun lato lungo, da due assi incrociati di abete da 5 x 3 cm di sezione; l’aspetto finale di questa sottostruttura ricorda quello di un “trestle”, i caratteristici ponti in legno del Far West. Completa l’impianto un ponte in legno autocostruito in listelli d’abete piallati da 2 x 2 cm di sezione, la cui lunghezza complessiva (cm.350) è pari a due moduli; l’altezza da terra del piano del ferro è circa 75 cm, il che crea più di qualche apprensione durante il transito dei convogli sul ponte, guardare i filmati per credere !
Una costruzione modulare di questo tipo consente di realizzare più di una configurazione, come rappresentato qui sotto. Per le esposizioni sono state utilizzate la numero 3 per Venturina e la numero 6 per Avezzano, mentre per motivi di spazio, oltre che di “pax familiaris”, la configurazione “casalinga” è la numero 2.

Il Circuito

E’ costitutito da una linea a binario unico dotata alle estremità di due “cappi di ritorno”, di cui uno dotato di fascio di ricovero a tre binari paralelli, con funzione di stazione; in questo modo il tratto di linea a binario unico viene percorso da ciascun convoglio in entrambi i sensi di marcia, simulando così il movimento di andata e ritorno dei convogli. A mio avviso, il movimento dei convogli su questo tipo di circuito è più realistico di quello che si ottiene sul classico ovale, dove i treni viaggiano sempre nella stessa direzione. Il cappio di ritorno viene utilizzato in modellismo per invertire il senso di marcia dei convogli non reversibili, cioè quei convogli che devono avere la locomotiva “sempre davanti”, a differenza dei convogli “navetta”, che possono viaggiare con la locomotiva sia “davanti” (in trazione) che “dietro” (in spinta), e i mezzi automotori, come le automotrici e le elettromotrici, che per costruzione hanno le cabine di guida su entrambe le testate.
Il cappio di ritorno non è una struttura diffusa nella realtà, se si escludono gli impianti tranviari (in questo caso si parla di “rondò”); al suo posto si usano strutture molto meno ingombranti quali piattaforme girevoli, stelle di binari o triangoli di inversione, molto più compatti di un cappio, vuoi perché nella realtà si gira solo la locomotiva e non l’intero convoglio, vuoi perché l’acquisto e/o l’esproprio del terreno necessario avrebbe i suoi bei costi per qualunque Amministrazione…

Il Paesaggio

Personalmente lo definisco “paesaggio metafisico”, in realtà paesaggio ed ambientazione sono lasciati interamente alla fantasia degli spettatori. Nel senso che, a tutt’oggi, non c’è né paesaggio né ambientazione. Neanche un filo d’erba. Chiedo scusa, “prima o poi” lo realizzerò, faccio solo notare che, vista la scala (1:20 circa), per fare la controfigura ad un abete alto una dozzina di metri dovrei utilizzare un albero di Natale alto almeno una sessantina di centimetri; il tutto moltiplicato poi per il numero di alberi previsti, numero comunque troppo grande per le mie possibilità (quanti alberi ci sono mediamente in un bosco ?). Senza contare che tutto questo materiale deve essere trasportato.
Ora, non disponendo il sottoscritto né di abilitazione alla guida di veicoli di peso maggiore di 75 quintali (patente da C in poi), né del conto in banca di Zio Paperone per noleggiare ogni volta un furgone di dimensioni adeguate, ne consegue che mi devo arrangiare con una monovolume. Che, per quanto spaziosa, non è stata dotata neanche negli optional a pagamento di un dispositivo riconducibile al gonnellino di Eta Beta (quello che contiene l’impossibile riducendolo a dimensioni inimmaginabili, tanto per intenderci).
In conclusione questo “proto-plastico” molto probabilmente non resterà un semplice tavolato con dei binari appoggiati sopra, ma sicuramente non vi dovrete aspettare di vedere qualcosa di simile al “Gorre & Daphetid RR” di John Allen (paesaggio dal pavimento al soffitto) o al plastico della Direttissima del DLF di Prato !


L'ambientazione

Europeo ? In questa categoria rientrano il 303% delle realizzazioni: troppo facile, e troppo scontato. Inglese ? No thanks, non mi piace, non me ne vogliano i sudditi di Sua Maestà ma 007 basta e avanza. Sudamericano ? Interessante, ma un po’ difficilino di ambientazione: le Ande sono altine, a maggior ragione in IIm… Va bene, non restano che gli USA.
Già. Difatti la IIm è proprio la scala ideale per quei 7-8 km di lunghezza media di un treno merci statunitense reale, con le sue quattro motrici in testa che tirano e le tre in coda che spingono…sì, vabbè, la casa dispone di un po’ di giardino, ma qui servirebbe un latifondo, diamine ! Però…Un momento. Alla fine del XIX secolo le Bigboy (locomotive articolate statunitensi famose per le dimensioni gigantesche) non le avevano neanche pensate, c’era appena stata l’ennesima corsa all’oro (1899) e le vaporiere del Far West la facevano ancora da padrone… E prendendo in considerazione una linea sperdutissima dell’Arizona o del New Mexico non ci sarebbe bisogno neanche di tanto materiale, due-tre passeggeri e altrettanti merci, et-voilà… Eppoi – non me ne vogliano gli ambientalisti, purtroppo è andata così – in quel periodo c’erano ancora dei boschi immensi da sfruttare, dove potevano arrivare le vaporiere più strampalate che conosco, le Shay e le Heisler…
OK venduto, ambiente Sud-Ovest degli Stati Uniti, più o meno al confine col Messico (per la gioia dei lettori di Tex Willer), anni tra la Guerra Civile e la Grande Depressione (1860 – 1930), treni…beh, se non siete ancora stanchi di leggere, proseguite !

 

Il materiale rotabile

Il materiale rotabile è volutamente molto eterogeneo, volendo rappresentare più la nazione che le singole Compagnie ferroviarie. Per questo i carri merci sono di varie Compagnie, alcune anche della costa Est statunitense.

Ad oggi le locomotive sono le seguenti:

• 4-4-0 “American”. Impossibile non riconoscerla, a meno che non abbiate mai visto un film western; ma se proprio questo fosse il caso, vi suggerisco di procurarvi una copia del film di Buster Keaton “Il Generale” (1927) – in Italia conosciuto anche con il titolo “Come vinsi la guerra” – per colmare una siffatta lacuna. Trattandosi di un film muto, oltre che in bianco e nero, ritengo che l’ambiente ideale per la sua visione sia l’ufficio …E non perdetevi le scene finali !



• 4-6-0 “Ten Wheeler”. E’ un’evoluzione dell’American, databile intorno alla fine del XIX secolo. Chi non è più un giovane virgulto ricorderà, una trentina di anni fa, una riproduzione di Rivarossi nelle scale H0 e 0 della 4-6-0 “Casey Jones”. Per la cronaca, una decina di macchine di questo tipo fecero servizio anche in Italia come Gruppo 666: assegnate al deposito di Pistoia, introdussero – insieme alle coetanee 735 – il tender 2’2’T22 (quello delle 740: avete mai fatto caso a quanto siano “americane” le sospensioni di questo tender ?).


• 38 Ton “Shay”. Macchina decisamente inconsueta, ma proprio per questo catalizzatrice di interesse. Era utilizzata principalmente nelle ferrovie forestali; realizzata nei primi vent’anni del XX secolo, conobbe una discreta diffusione fino ad essere sostituita dal più evoluto tipo “Heisler”. Con il suo treno di pianali carichi di tronchi costituisce forse l’attrattiva principale dell’impianto, solo che, vista la velocità massima (del prototipo, e quindi anche del modello), durante le mostre approfitto spesso del suo movimento per concedermi delle pause…fisiologiche !

    

• Mallet 2-6-6-2T. Locomotiva a vapore articolata e a trazione integrale, inventata dall'ingegnere svizzero Jules Mallet, lo stesso che per primo adattò la doppia espansione alle locomotive a vapore. La prima fu costruita in Belgio nel 1889 e il successo più grande avvenne nel 1904 con la consegna alla Baltimore & Ohio Railroad costruita con rodiggio 0-3-0 + 0-3-0 (Whyte 0-6-6-0). Macchina per l'epoca gigantesca, fu usata sui monti Allegheny al traino dei pesanti treni carichi di carbone; mise in luce potenza e robustezza ma anche una certa instabilità dovuta alla mancanza del carrello anteriore che guidasse la macchina sui tortuosi percorsi di montagna. Fu quindi usata principalmente come macchina di spinta sul valico di Sand Patch in Pennsylvania. L'esemplare presente sul plastico è stato realizzato da Bachmann ed e' entrato a far parte del materiale rotabile del plastico dal 2017.

 

Le carrozze passeggeri sono dell’unico tipo “Jackson Sharp”, tutte della “Denver & Rio Grande Western”, forse la maggior Compagni ferroviaria statunitense, e non solo del XIX secolo. Secondo il costruttore il loro colore è “tuscan red” (rosso toscano, per chi non sa l’inglese: neanche a farlo apposta…). Interessante notare la riproduzione del sistema di riscaldamento, costituito da una stufa a legna e/o carbone posta ad un’estremità di ogni vettura, evidenziato sul tetto dalla presenza del più tradizionale dei comignoli. Certo doveva essere proprio un piacere viaggiare lì dentro in inverno, specie ai 2000 metri di altezza a cui arrivavano certe linee di montagna… Del resto, la materia prima non mancava, in caso di bisogno: queste vetture erano tutte a cassa di legno, casomai non fossero bastate le panche…

  
 
   

 

I carri merci, infine, appartengono ai tipi “Flat” (pianale), “Gondola” (scoperto a sponde alte) e “Stock” (coperto per trasporto animali); appena possibile conto di aggiungere un paio di “Box” (Coperto) e “Tank” (Cisterna).

  

  

Da novembre 2011 si sono aggiunti anche due nuovi carri: una cisterna e uno a sponde alte:

    

     

Infine, in ogni impianto di stile statunitense o ad esso ispirato ritengo che non possano mancare i “Caboose”, i tipici carro di coda di quelle ferrovie utilizzati come veri e propri carri appoggio dal personale del treno (caboose significa infatti cambusa).

  

 

La "DeLorean"

In effetti non c’entra niente. Qualche tempo fa, tuttavia, mi hanno fatto notare (grazie Gianpiero) che la TenWheeler (la loco 4-6-0, ricordate?) è la stessa macchina – colori a parte – utilizzata nel film “Ritorno al Futuro III”, mentre della DeLorean viene commercializzato il modellino in scala 1:18 relativo allo stesso film (“la macchina del futuro”, come l’ho sentita chiamare qualche volta). Tempo addietro avevo visto il film in questione, ma non avevo sommato le due cose; tuttavia ho comunque acquistato il modellino della DeLorean, così tanto per studiarlo un po’ più da vicino.
Quest’anno alla mostra annuale di Venturina la DeLorean, opportunamente modificata negli assi e nelle ruote, ha fatto la sua prima comparsa sul circuito suscitando molta curiosità e interesse nei visitatori (onestamente, non me l’aspettavo!), anche per merito della colonna sonora del film riprodotta quando la macchina transitava sul viadotto (grazie Ezio).
Date un’occhiata ai filmati nelle gallerie delle mostre di Venturina 2009 e Avezzano 2010, credo che ne valga la pena; il modellino della DeLorean usato non era motorizzato (veniva solo spinto dalla locomotiva), ma per il futuro ci sono novità in vista, soprattutto se finalmente riuscissi a digitalizzare l’impianto…

  



Il nome "LambHill & WolfHill Railroad (LH&WH Rr)" : la genesi.

In un momento di megalomania ferroviaria mi sono trovato a meditare su quale nome meglio si confacesse alla "creatura".
Scartati subito i nomi altisonanti come SantaFe o Denver & Rio Grande (megalomania va bene, ma tutto ha un limite, soprattutto se si rischia di imbattersi nei diritti di copyright), ho cominciato a cercare fra le compagnie "minori", esistenti o esistite: RGS (Rio Grande Southern), ET&WNC (East Tennesee & Western North Carolina)...niente da fare, non mi convincevano.  Poi, l'illuminazione (l'ENEL non c'entra).
La scorsa estate ero in ferie dai miei genitori , come sempre, del resto: con buona pace di mia moglie, finchè le vacanze costano un pieno di gas e un pedaggio autostradale, si va dalla mamma, suocera, per lei (... e il "dinero" risparmiato lo si reinveste in treni & ferrovie! ), quando mi sono trovato a passare in bici tra due collinette, una più accentuata, l'altra molto meno; in quel momento è scattata "la pensata", quello che non hanno fatto i pedali e la fatica l'ha fatto il sole.
Le due collinette in questione si chiamano Poggio all'Agnello e Poggio al Lupo; neanche a farlo apposta, si trovano una di fronte all'altra (forse è per questo che la hanno chiamate così). Ma "poggio" in toscano indica una collina, che a sua volta in inglese si traduce con "Hill". Voilà, il gioco è fatto, Agnello a sua volta si traduce con "Lamb", Lupo con "Wolf" e ferrovia... beh, non ve lo dico, lo sapete meglio di me: la "LambHill & WolfHill RailRoad" era nata.

Poi, siccome l'appetito viene mangiando, ecco pronti altri due nomi di prossimo utilizzo, sempre derivati dai luoghi natii: "Buffalos Bridge" (Ponte alle Bufale) per il “trestle” e "Fufluna Junction" per la stazione, quest'ultimo lascio a voi il compito di decodificarlo, è un po' più "ermetico" degli altri, ma i motori di ricerca sono stati inventati apposta...

...E per coloro che non ci credono, qui ci sono un paio di foto dei luoghi oggetto di questa digressione geo-ferro-linguistica. Ah, un'ultima cosa: non cercate ferrovie nelle foto, non ce ne sono! (ma la Pisa-Roma non passa poi molto lontano...).


     

Sviluppi prevedibili, previsti e imprevisti

Nel frattempo il superesperto di turno mi ha detto che potrei procurarmi un pezzo di filo di nylon da legare un capo al soffitto e l’altro capo all’opportuno modellino dell’Enterprise di Star Trek, e sotto il ponte potrei metterci il Nautilus di 20.000 Leghe sotto i Mari, e su un lato dell’impianto potrei realizzare la Toontown (Cartunia, in italiano) di "Chi ha incastrato Roger Rabbit", e il paesaggio potrebbe essere quello dei Looney Tunes, quello di Willy il Coyote, tanto per intenderci, e…